(ANS – Roma) – La Basilica del Sacro Cuore di Roma ha ospitato, mercoledì 17 giugno 2026, una solenne Messa di ringraziamento per la beatificazione di don Jan Świerc e dei suoi otto compagni salesiani martiri polacchi, recentemente elevati agli onori degli altari. La celebrazione è stata presieduta da Don Fabio Attard, Rettor Maggiore dei Salesiani di Don Bosco, e concelebrata dai salesiani che formano la comunità della Sede Centrale, insieme ad altri loro confratelli provenienti da altre case salesiane di Roma. La liturgia si è svolta in un clima di profonda gratitudine, unendo spiritualmente la Famiglia Salesiana di tutto il mondo all’evento della beatificazione, avvenuta il 6 giugno 2026 a Cracovia, in Polonia.
I nove martiri salesiani polacchi
Don Jan Świerc e i suoi otto compagni – Ignacy Antonowicz, Ignacy Dobiasz, Karol Golda, Franciszek Harazim, Ludwik Mroczek, Włodzimierz Szembek, Kazimierz Wojciechowski e Franciszek Miśka – furono uccisi tra il 1941 e il 1942 nei campi di concentramento nazisti di Auschwitz e Dachau in “odio alla fede” durante la Seconda Guerra Mondiale. Tutti erano impegnati nella missione educativa e pastorale salesiana prima di essere arrestati dal regime nazista dopo l’occupazione della Polonia, il 1° settembre 1939. È da ricordare che il più giovane del gruppo, don Karol Golda, proprio in questa Basilica del Sacro Cuore emise la sua professione perpetua il 15 gennaio 1937 e il 18 dicembre 1938 venne ordinato sacerdote.
La testimonianza del Buon Pastore
Nel corso dell’omelia, Don Attard ha richiamato l’immagine evangelica del Buon Pastore, presentata dal Vangelo di Giovanni, per leggere alla luce della fede la testimonianza dei nove Beati. “Il Buon Pastore resta e dà la vita. I nostri Beati hanno scelto di restare”, ha affermato, indicando nel loro sacrificio la piena espressione di una vita consegnata al gregge affidato loro.
Il Rettor Maggiore ha quindi sottolineato che la fedeltà dei martiri salesiani non fu un gesto improvvisato, ma il compimento di un’esistenza già vissuta nel dono quotidiano. In particolare, ha ricordato come alcuni di loro continuarono a esercitare il ministero sacerdotale anche nei contesti più drammatici, celebrando l’Eucaristia di nascosto, confessando i compagni e accompagnandoli fino all’ora della morte.
Un passaggio centrale dell’omelia ha riguardato il perdono, presentato come la forma più alta della vittoria evangelica sul male. Il Rettor Maggiore ha richiamato, tra altre, la testimonianza di don Włodzimierz Szembek, che esortava a pregare per i carnefici, e di don Jan Świerc, che nell’agonia invocava soltanto la misericordia di Gesù. “Il perdono non è debolezza morale. È la forma più alta in cui il Vangelo vince sulla logica del mondo”, ha detto.
Il martirio come seme di vocazioni
L’XI Successore di Don Bosco ha ricordato che “il sacrificio dei nostri Beati ha generato vita ben oltre i confini della Polonia e della Congregazione”, perché anche la vocazione sacerdotale di San Giovanni Paolo II maturò grazie alle preghiere e ai sacrifici di questi fratelli salesiani, il cui sangue martoriale divenne seme fecondo per nuove vocazioni nella Chiesa e testimonianza viva della potenza generativa del martirio cristiano.
Celebrare la gloria di Cristo
Come ha ricordato il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, nell’omelia della beatificazione: “Non celebriamo oggi la tristezza di quegli eventi, ma piuttosto la gloria di Gesù Cristo, che si rispecchia nella testimonianza di questi sacerdoti, Figli di San Giovanni Bosco, che come Cristo e con Cristo hanno dato la vita”.
A fondo pagina è possibile scaricare l’omelia del Rettor Maggiore, in italiano.
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